Profili Mellito:Outdoor - 7. Pietro Piccolo
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“Sapere e non dire. E’ così che si dimentica.
Non solo sport ...
LOURDES: UN VIAGGIO A 3 DIMENSIONI Di Pietro Piccolo “La malattia è letame che si fa concime e fa germogliare il seme dell’amore” Il mio viaggio a Lourdes del maggio 2008 lo definirei tridimensionale: non è stato infatti solo un itinerario del corpo e della mente, (come tutti gli altri miei viaggi), ma anche e soprattutto dello spirito. Utilizzando delle espressioni legate alle mie più amate attività , direi che l’andare a Lourdes, il soggiornarvi qualche giorno ed il ritornarvi, è stato come portare il mio corpo su e giù per le aspre montagne della sofferenza altrui, spingere la mia mente a riflettere sulla vita, la malattia e la morte, ma più di tutto è stato come fare della speleologia dell’anima dentro gli abissi del mio intimo. Sono di famiglia cattolica ed ho ricevuto l’educazione del buon cristiano, come quasi tutti i miei coetanei : Ho sempre cercato di essere un buon cattolico ma la mia Fede non è mai stata “fondata sulla solida roccia” bensì soggetta a continui saliscendi, come ogni bella scarpinata in montagna che si rispetti. A periodi di fervore religioso si sono spesso succeduti momenti di tepore ed altri ancora di assoluta pigrizia spirituale. In qualche modo non ho mai smesso di credere in Dio, ma nei momenti di maggiore successo ed autonomia mi allontanavo da Lui pensando di potermela cavare allegramente da solo,mentre quando lo sconforto e la debolezza imperavano in me, chiedevo istintivamente aiuto e ne ricevevo un qualche sollievo. Mi sono spesso chiesto se questo Dio non fosse un prodotto del mio stesso bisogno di aiuto,quasi una sorta di autoaiuto. E’ però anche vero che spesso mi è successo di ringraziarlo nei momenti più belli della mia vita, o preso dall’euforia che mi dà lo stare sulla cima di una montagna o comunque in un luogo dal fascino particolarmente travolgente o nell’ascoltare un musica altamente spirituale. Questa breve digressione per inquadrare la mia scelta di recarmi a Lourdes. Direi che i motivi che mi hanno spinto sono molteplici e di diversa natura,li espongo qui di seguito, senza darne una preciso ordine di priorità : 1) la mia innata curiosità per tutto e per tutti:se tre milioni di pellegrini ogni anno vi si recano da ogni angolo del mondo, mi sono detto, una qualche ragione vi deve pure essere, e forse andandovi di persona potrò avere qualche elemento in più per scoprirla; 2) la semplice voglia di visitare un luogo geografico così unico e bello, anche solo dal punto di vista ambientale; 3) il desiderio di provare, una volta nella vita, a mettermi a disposizione degli altri per una settimana del mio tempo, spogliando quest’ultimo dal consueto valore monetario che ormai abbiamo preso il vizio da dargli, ma lasciandolo libero di dilatarsi come solo in questi casi sa fare; 4) verificare la mia fede in un luogo che la trasuda da ogni pietra e la emana da ogni sguardo che incroci; 5) vivere un’esperienza che, comunque fosse andata, sentivo sarebbe stata di una novità e di una intensità travolgenti. A consuntivo posso dire che nessuno di questi punti è stato disatteso da Lourdes: 1) la mia curiosità è stata ampliamente appagata: ciò che spinge milioni di persone a Lourdes è una autentica fede, che in quel luogo è quasi fisica e palpabile; 2) i luoghi sono bellissimi:una corona di monti innevati circonda una spianata verdissima solcata da un torrente impetuoso; 3) l’esperienza del dono gratuito di sé mi si è confermata come una delle più gioiose che si possano provare, ed il tempo si è veramente dilatato all’infinito; 4) non posso dire se la mia fede ne sia uscita rinforzata, mi era sembrato così durante il viaggio e nelle prime settimane dopo il rientro, poi tutto mi sembra tornato come prima,quasi che la quotidianità ti scalfisse lentamente ed inavvertitamente la costruzione che ti sembrava di avere cominciato a costruire. 5) l’esperienza è stata unica e la consiglio a chiunque sia, come me, alla continua ricerca di se stesso e del senso della vita. La prima domanda che ti sorge spontanea quando sei a Lourdes in mezzo a tante persone sofferenti è la seguente: Cosa o Chi dà a queste persone la forza di sorriderti con un sorriso così profondo e vero che ti trafigge il cuore? Certe sensazioni sono difficili da spiegare a parole, si possono solo provare sulla propria pelle e il descriverle le svilisce,le offusca, le impoverisce. Tutta questa autentica gioia può essere solamente una suggestione collettiva di massa?Le guarigioni miracolose possono tutte essere ricondotte al caso, all’imponderabile, alla forza di volontà del malato, all’energia positiva che circola nelle sue vene grazie all’auotosuggestione? Sono tutti interrogativi che mi frullano in testa ma ai quali stento a dare una risposta positiva in maniera univoca. Non so se è a causa di una mia innata ipersensibilità ,ma quando una ragazza gravemente handicappata mi ha sorriso alla fine di una Santa Messa e mi ha fissato con quegli occhi luminosissimi e con quello sguardo limpidissimo, mi è sembrato che lì ci fosse il vero Cristo, ne ho ricevuto una sensazione di gioia quasi sconvolgente. Una metà di me era spettatore attento e critico di tutto ciò che mi circondava, per cercare di capire il più possibile quello che avevo attorno, l’altra metà era coinvolta in prima persona nell’atmosfera mistica e devo dire di avere vissuto attimi di profonda spiritualità . Poi ho capito che con la mente,con la ragione, non si può cercare di capire un bel nulla di tutto ciò che è spirito,con la fede bisogna compiere un atto di totale fiducia, bisogna avere il coraggio di abbandonare la ragione e le sue logiche (le coeur a ses raisons que la raison ne comprend pas= il cuore ha le sue ragioni che la ragione non comprende -B.Pascal) e affidarci completamente a Dio un po’ come quando sulla via di roccia ti affidi ad un appiglio che, anche se hai prima “tastato” più volte con i colpetti della mano, non hai la certezza matematica che ti terrà , ma ti affidi ugualmente tutto ad esso, trattenendo il respiro e chiudendo leggermente gli occhi. A Lourdes posso dire di avere visto in prima persona i vari volti di Cristo: il Cristo crocifisso in un ragazzo su una barella immobilizzato dalla malattia con le braccia aperte ed il corpo rigidamente dritto come quello del Cristo Crocifisso,il Cristo che si fa servo umile nel volto dei volontari, il Cristo figlio di Maria nei malati che piangendo si affidano alle grazie della Madonna. Mi è piaciuta la frase di un prete durante una predica: “la malattia è letame che si fa concime e fa germogliare il seme dell’amore”. Concludo con una considerazione ed un augurio. La considerazione è che troppo spesso non abbiamo il coraggio di parlare di fede o di morte,ne proviamo un certo pudore o timore,non rendendoci conto che sono gli argomenti più importanti su cui riflettere e se non li affrontiamo,rischiamo di avere vissuto inutilmente. L’augurio è che qualcun altro partecipi a tali riflessioni e che la mia non resti una voce sola nel deserto. Mi auguro inoltre che le mie semplici parole abbiano fatto capire a qualcuno il fatto che uscire da noi stessi e dal nostro piccolo orticello, ci aiuta anche ad affrontare il diabete con una visione meno assolutistica e totalizzante, più pacata e serena. A scanso di facili equivoci non si tratta del “consolarci vedendo chi sta peggio di noi” che sarebbe tanto meschino quanto sterile, ma di acquisire una visione aperta alla vita a 360 gradi ,nel suo bene e nel suo male,nella gioia come nella sofferenza,che possono entrambe essere oggi mie e domani tue. | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||


