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JUST ME MYSELF &DIABETES - Non solo sport ...




Diabetici Attivi? Sì ... Ma non solo nello Sport ....



Lo sport è apertura mentale, è vita attiva .... Ã¨ quindi compatibile con altre mille passioni e interessi.
L'efficienza che si acquista attraverso l'esercizio fisico andrebbe trasferita anche in campo non sportivo.... un occhio al cronometro, uno a dove si mettono i piedi, ma nella vita c'è anche, e molto, altro .... musica, arti figurative, teatro, cinema, letteratura, filosofia, introspezione .... oltre ovviamente alle relazioni interpersonali ...
Siamo per lo sport fatto bene, con metodo e passione, ma non troppo a muso duro .... costanza, fatica, impegno sì ma senza bruciare il cervello e spegnere la fantasia della persona con diabete!


... in questa sezione i nostri / vostri contributi .... le vostre riflessioni "oltre lo sport" ... quando e come arriveranno .... l'irriverenza è ben accetta!


Inviateli a presidentissimo@diabetenolimits.org




Non solo sport ... Riflessioni Oltre ...


***

Campi Scuola? ... il Post di MiK
 di Michela Del Torchio



 


I giorni 4 e 5 luglio i responsabili della ROCHE zona Liguria e Piemonte, in collaborazione con i medici dei principali ospedali di queste due regioni, hanno organizzato un Camp in Valle Stura, a pochi km da casina.


A queste giornate di condivisione Ã¨ stato dato un titolo: "Volare insieme ... oltre il diabete", con un gabbiano come mascotte. Già qui potrei polemizzare per righe e righe ma mi limito e vado oltre. 
Trascinata a forza da una persona meravigliosa che ho conosciuto grazie a DNL (chi lo avrebbe mai detto che intorno ad un pazzo ex 35enne con diabete si potessero intrecciare le vite di altrettante persone fuori dagli schemi, insulinodipendenti e completamente fuori di testa??? … presidentissimo ndr), Giuliano Melis, ho partecipato a queste due giornate, rendendo la vita di Giuli un calvario, ma del resto la fortuna di alcuni (io) si basa sulla sciagura di altri (Giuliano).
Vi lascio alle mie riflessioni su queste giornate.
Dunque due giorni di confronto e chiacchiere con le persone con diabete che come me vivono questa patologia bene, a volte male o malissimo, e con il sorriso.


Mi sono accorta che tantissimi preferiscono controllare il diabete solo con l'intervento dell'insulina invece che affiancare una attività sportiva costante, ma anche io ci ho messo molto tempo per arrviare a tale "conclusione" per cui comprendo la pigrizia con cui si guarda lo sport, soprattutto se uno "deve farlo"; anche perchè parliamoci chiaro l'attività fisica, a meno che non sia intesa come 22 minuti di passeggiata sotto i portici (tutte le città li hanno, o li avevano) a passo lento, complica la nostra situazione. Oltre all'insulina e al cibo bisogna calcolare anche tutti gli altri ormoni che subentrano per far si che i muscoli diano il massimo e allora si che le cose peggiorano, in più se non ci si controlla bene si rischia di andare in ipo più spesso e di perdere la sensibilità a tale condizione...ma controllarsi meglio significa fare più controlli, significa fare magari qualche puntura d'insulina in più e allora la nostra "diversità" diventa ancora più marcata, ancora più significativa.
E qui casca l'asino...in questi due giorni ho capito ancora di più che per controllare il diabete non ci vuole molto, ci vuole molto di più far si che una persona affetta da tale patologia non si senta estremamente diversa dagli altri o che impari a vedere la propria diversità come uno "spunto" per crescere e andare avanti e non un limite e basta. Tanti ragazzi si sentono diversi dai loro coetani, io attualmente lo vedo come un bel traguardo, si sentono a disagio nella vita di tutti i giorni perchè Ã¨ spiacevole controllarsi, siringarsi o bolarsi (concedetemi tali
termini) davanti agli altri, dare loro spiegazioni. Nell'attività fisica, dove ci si confronta con le "altre persone", prendersi cura di se in tale modo mette in soggezione e a disagio, concedetemi la ripetizione.


Inoltre in questi due giorni ho visto che non tutti i medici diabetologi sono in grado di "offrire un pezzetto di torrone (sorelle Giordana) durante una salita invernale sul canale del Camicia", per chi non capisce questa frase, direi che sono veramente pochissimi, quelli che rimangono persone eccezionali dopo aver indossato il camice, molti si dimenticano di essere davanti a delle persone che non hanno solamente un problema genetico, ma soprattutto una rabbia, una insoddisfazione, un disagio e una condizione difficile da far accettare alla "ragione ragionevole" di ogni uomo. Insomma secondo la mia esperienza molti medici diabetologi vedono nel paziente o un mezzo per la propria crescita professionale portando "il malato" a fare cose che pochi altre persone con diabete fanno o come un "uff, dovresti curarti di più, meglio, l'emoglobina è alta, la pressione pure, il colesterolo salirà, fai sport (si ma quale e soprattutto come?)..." e allora molte persone si rivolgono ai "guru" che pretendono di risolvere i problemi con tante buone tisane.


Non so come risolvere queste problematiche ma anche provare a comunicare meglio con il paziente, riuscire a metterlo in contatto con chi è un pochino più avanti nel cammino, coinvolgere correttamente le persone che lo circondano per non far diventare mamma e papà o il/la compagno/a del momento semplicemente i portatori di zucchero contro le Ipo. Mi sto dilungando troppo e come spesso mi accade perdo il filo... comunque spero di avervi fatto capire qual'è stato il senso di queste due giornate e qual'è il senso del mio diabete.
Un abbraccio enorme a tutti.


Michela


 


 


LOURDES: UN VIAGGIO A 3 DIMENSIONI


Di Pietro Piccolo
piccolopietro@libero.it    


 


“La malattia è letame che si fa concime e fa germogliare il seme dell’amore”


 


Il mio viaggio a Lourdes del maggio 2008 lo definirei tridimensionale: non è stato infatti solo un itinerario del corpo e della mente, (come tutti gli altri miei viaggi), ma anche e soprattutto dello spirito.


Utilizzandodelle espressioni legate alle mie più amate attività, direi chel’andare a Lourdes, il soggiornarvi qualche giorno ed il ritornarvi, èstato come portare il mio corpo su e giù per le aspre montagne dellasofferenza altrui, spingere la mia mente a riflettere sulla vita, lamalattia  e la morte, ma più di tutto è stato come fare della speleologia dell’anima dentro gli abissi del mio intimo.


Sono di famiglia cattolica ed ho ricevuto l’educazione del buon cristiano, come quasi tutti i miei coetanei : la Prima Comunione , la Cresima ed infine un bel matrimonio in Chiesa.


Hosempre cercato di essere un buon cattolico ma la mia Fede non è maistata “fondata sulla solida roccia” bensì soggetta a continuisaliscendi, come ogni bella scarpinata in montagna che si rispetti.


A periodi di fervore religioso si sono spesso succeduti momenti di tepore ed altri ancora di assoluta pigrizia spirituale.


Inqualche modo non ho mai smesso di credere in Dio, ma nei momenti dimaggiore successo ed autonomia mi allontanavo da Lui pensando dipotermela cavare allegramente da solo,mentre quando lo sconforto e ladebolezza imperavano in me, chiedevo istintivamente aiuto e ne ricevevoun qualche sollievo.


Mi sono spesso chiesto se questo Dio non fosse un prodotto del mio stesso bisogno di aiuto,quasi una sorta di autoaiuto.


E’però anche vero che spesso mi è successo di ringraziarlo nei momentipiù belli della mia vita, o preso dall’euforia che mi dà lo stare sullacima di una montagna o comunque in un luogo dal fascino particolarmentetravolgente o nell’ascoltare un musica altamente spirituale.


Questa breve digressione per inquadrare la mia scelta di recarmi a Lourdes.


Direiche i motivi che mi hanno spinto sono molteplici e di diversa natura,liespongo qui di seguito, senza darne una preciso ordine di priorità:


1)la mia innata curiosità per tutto e per tutti:se tre milioni dipellegrini ogni anno vi si recano da ogni angolo del mondo, mi sonodetto, una qualche ragione vi deve pure essere, e forse andandovi dipersona potrò avere qualche elemento in più per scoprirla;


2) la semplice  voglia di visitare un luogo geografico così unico e bello, anche solo dal punto di vista ambientale;


3) il desiderio di provare, una volta nella vita, a mettermi a disposizione degli altri per  una settimana del mio tempo, spogliando quest’ultimo dal  consueto valore monetario che ormai abbiamo preso il vizio da dargli,  ma lasciandolo libero di dilatarsi come solo in questi casi sa fare;


4) verificare la mia fede in un luogo che la trasuda da ogni pietra e la emana da ogni sguardo che incroci;


5) vivere un’esperienza che, comunque fosse andata, sentivo sarebbe stata di una novità e di una intensità  travolgenti.


 


A consuntivo posso dire che nessuno di questi punti è  stato disatteso da Lourdes:


1)la mia curiosità è stata ampliamente appagata: ciò che spinge milionidi persone a Lourdes è una autentica fede, che in quel luogo è quasifisica e palpabile;


2) i luoghi sono bellissimi:una corona di monti innevati circonda una spianata verdissima solcata da un torrente impetuoso;


3)l’esperienza del dono gratuito di sé mi si è confermata come una dellepiù gioiose che si possano provare, ed il tempo si è veramente dilatatoall’infinito;


4)non posso dire se la mia fede ne sia uscita rinforzata, mi era sembratocosì durante il viaggio e nelle prime settimane dopo il rientro, poitutto mi sembra tornato come prima,quasi che la quotidianità tiscalfisse lentamente  ed inavvertitamente la costruzione che ti sembrava di avere cominciato a costruire.


5) l’esperienza è stata unica e la consiglio a chiunque sia, come me, alla continua ricerca di se stesso e del senso della vita.


 


La prima  domanda  cheti sorge spontanea quando sei a Lourdes in mezzo a tante personesofferenti è la seguente: Cosa o Chi dà a queste persone la forza disorriderti con un sorriso così profondo e vero che ti trafigge ilcuore? Certe sensazioni sono difficili da spiegare a parole, si possonosolo provare sulla propria pelle e il descriverle le svilisce,leoffusca, le impoverisce.


Tuttaquesta autentica gioia può essere solamente una suggestione collettivadi massa?Le guarigioni miracolose possono tutte essere ricondotte alcaso, all’imponderabile, alla forza di volontà del malato, all’energiapositiva che circola nelle sue vene grazie all’auotosuggestione? Sonotutti interrogativi che mi frullano in testa ma ai quali stento a dareuna risposta positiva in maniera univoca.


Nonso se è a causa di una mia innata ipersensibilità,ma quando una ragazzagravemente handicappata mi ha sorriso alla fine di una Santa Messa e miha fissato con quegli occhi luminosissimi e con quello sguardolimpidissimo, mi è sembrato che lì ci fosse il vero Cristo, ne horicevuto una sensazione di gioia quasi sconvolgente.


Unametà di me era spettatore attento e critico di tutto ciò che micircondava, per cercare di capire il più possibile quello che avevoattorno,  l’altra metà era coinvolta in prima persona nell’atmosfera mistica e devo dire di avere vissuto attimi di profonda spiritualità.


Poiho capito che con la mente,con la ragione, non si può cercare di capireun bel nulla di tutto ciò che è spirito,con la fede bisogna compiere unatto di totale fiducia, bisogna avere il coraggio di abbandonare laragione e le sue logiche (le coeur a ses raisons que la raison necomprend pas= il cuore ha le sue ragioni che la ragione non comprende-B.Pascal) e affidarci completamente a Dio un po’ come quando sulla viadi roccia ti affidi ad un appiglio che, anche se hai prima “tastato”più volte con i colpetti della mano, non hai la certezza matematica cheti terrà, ma ti affidi ugualmente tutto ad esso, trattenendo il respiroe chiudendo leggermente gli occhi.


ALourdes posso dire di avere visto in prima persona i vari volti diCristo: il Cristo crocifisso in un ragazzo su una barella immobilizzatodalla malattia con le braccia aperte ed il corpo rigidamente drittocome quello del Cristo Crocifisso,il Cristo che si fa servo umile nelvolto dei volontari, il Cristo figlio di Maria nei malati che piangendosi affidano alle grazie della Madonna.


Miè piaciuta la frase di un prete durante una predica: “la malattia èletame che si fa concime e fa germogliare il seme dell’amore”.


Concludo con una considerazione ed un augurio.


La considerazione è che troppo spesso non abbiamo il coraggio  diparlare di fede o di morte,ne proviamo un certo pudore o timore,nonrendendoci conto che sono gli argomenti più importanti su cuiriflettere e se non li affrontiamo,rischiamo di avere vissutoinutilmente.


L’augurio è che  qualcun altro partecipi a tali riflessioni e che la mia non resti una voce sola nel deserto.


Mi auguro inoltre che le mie semplici parole abbiano fatto capire a qualcuno il fatto che uscire da  noistessi e dal nostro piccolo orticello, ci aiuta anche ad affrontare ildiabete con una visione meno assolutistica e totalizzante, più pacata eserena.

Ascanso di facili equivoci non si tratta del “consolarci vedendo chi stapeggio di noi” che sarebbe tanto meschino quanto sterile, ma diacquisire una visione aperta alla vita a 360 gradi ,nel suo bene e nelsuo male,nella gioia come nella sofferenza,che possono entrambe essereoggi mie e domani tue.