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ALTRI RESOCONTI - Trekking Marocco '09




Marzo 2009 – di Pietro Piccolo, DM1, Vicenza



Pietro Piccolo, 45 anni e diabetico dall'età di 22.


Vive a Vicenza con moglie e 2 bellissimi figli.
Dopo di loro, i suoi  più grandi amori sono lo sport ed i viaggi
(spesso trekking o spedizioni in montagna).
L
e esperienze diventano più belle se condivise.


 


piccolopietro@libero.it


 

 



 


“Sapere e non dire. E’ così che si dimentica. Quel che viene detto acquista forza. Quel che non viene detto tende alla non esistenza” (C.Milosz)


 


***


 



Quello che ho appena terminato è stato per me molto di più dell’ennesimo viaggio all’estero.


Due esperienze assolutamente nuove e da lungo tempo desiderate e maturate dentro di me si sono casualmente fuse insieme: quella affascinante e al contempo  spaventosa  del deserto e quella stimolante del viaggio in solitudine completamente autogestito.


Dopo molti  viaggi in gruppo, nella mia mente ha cominciato a  far capolino l’idea, prima allontanata con paura, poi accettata  ed infine accarezzata con piacere,di provare un viaggio in solitudine.


I motivi che  spingono a tale scelta sono essenzialmente due:


1) provare a calarsi nella nuova realtà che si va a visitare senza alcun aggancio linguistico ed emotivo con persone del proprio paese.


2) mettersi alla prova con le tante difficoltà che emergono nel vivere in un paese che non si conosce, senza la confortante presenza di capigruppo e  senza dover seguire pedissequamente il programma  studiato e preconfezionato da altri (come qualsiasi altro bene di consumo).


L’ambiente del deserto mi era ancora quasi del tutto sconosciuto, salvo un piccolo assaggio l’agosto scorso in Namibia dove, facendo una camminata di qualche ora tra le alte e sinuose dune del Namib desert, ha cominciato a germogliare in me il desiderio di provare a trascorrere qualche giornata completamente immerso in quell’habitat del tutto nuovo  e misterioso.


Tornato a casa ho cominciato a navigare in internet per scoprire più informazioni possibili su trekking nel deserto, e come mèta ho scelto subito il Marocco, un po’ per la sua vicinanza, un po’ per il fascino di quel paese che avrei dovuto attraversare da ovest ad est per raggiungere la zona desertica sud orientale ai confini con l’Algeria.


Tra i numerosi siti che proponevano escursioni nel deserto marocchino la scelta è caduta su quello gestito da una simpatica signora italiana che divide il suo tempo tra un lavoro in Italia nel corso dei mesi estivi e quello in Marocco come organizzatrice di trekking durante l’inverno.


La durata del percorso(4 gg), la scelta delle guide (abitanti della piccola cittadina di Tagounite sita alle porte del deserto e quindi suoi naturali e profondi conoscitori), lo scopo anche umanitario del progetto di questa signora (offrire un’opportunità di lavoro alle persone del posto senza arricchire strutture turistiche intermediarie), mi hanno tolto ogni indugio circa la validità di tale opportunità.


Tutti gli spostamenti all’interno del paese li avrei gestiti in piena autonomia utilizzando esclusivamente i taxi collettivi, che altro non sono che scassatissime merdedes 240 diesel anni ‘70, che non partono per il loro tragitto se non quando risultano cariche di sei clienti (2 davanti di fianco all’autista e 4 dietro stretti come sardine in scatola).


La scelta del deserto era stata fatta, ma non me la sentivo ancora di affrontare il viaggio da solo per cui ho coinvolto un mio caro amico che prontamente ha risposto con entusiasmo alla mia proposta.


Il destino ha però voluto che all’ultimo momento egli abbia dovuto rinunciare per gravi motivi familiari, per cui mi sono trovato ad affrontare, oltre che il deserto anche la novità del viaggio da solo.


La prima cosa che mi ha subito meravigliato alla partenza per questo viaggio in solitaria e che si è poi  rivelata il leitmotiv per tutta la sua durata,  è stato un insolito e piacevolissimo stato d’animo di serenità, tranquillità, pace interiore, quasi che il deserto mi volesse attrarre a sé già quando ero all’aeroporto di Milano.


Le ansie,le incertezze le titubanze, gli spettri che si erano affacciati qualche volta durante i mesi precedenti la partenza, sono d’incanto svanite,quasi a volermi dire che sono quasi sempre il frutto della nostra fantasia, e del brutto difetto che abbiamo troppo spesso di voler precorrere con la mente il futuro, senza ricordarsi che quando andremo a vivere attimo dopo attimo le esperienze che avevamo prima solo immaginato,queste si rivelano più semplice e naturali di quanto temuto.


In fondo nel deserto come in montagna percorrere 100 km a piedi sembra una impresa ardua, invece si tratta di mettere un piede dietro l’altro con calma,  trattando ogni passo come se non fosse né il primo né l’ultimo di una serie che sappiamo sarà lunghissima, ma come il passo più bello ed unico che avremo mai fatto.


Non avevo alcuna pretesa atletica né ansia di prestazione in mente, sempre più lontani ed appartenenti ad un abito mentale ormai dismesso da molto, i tempi delle gare di triathlon o di corsa in montagna col cronometro al polso.


Solo col passare degli anni e lo stratificarsi di esperienze le più diverse e ricche si capisce che ciò che veramente conta in un viaggio,in montagna, in grotta o in qualsiasi altro ambiente naturale,e direi anche nella vita in generale, non è il quanto (quanti km di percorso, quanti metri di dislivello in quanto tempo) ma il come, lo stato d’animo con cui lo affronti,i mezzi che utilizzi per affrontare le difficoltà,il modo in cui ti approcci alle nuove persone che conosci  o ai tuoi eventuali compagni di viaggio, e la capacità di non lasciare del tuo passaggio nessuna traccia  nei luoghi fisici che attraversi e molte tracce affettive e culturali nei cuori che hai la fortuna di incrociare.


Per me questa esperienza è stata proprio l’emblema di tutto ciò: ho lasciato un pezzo del mio cuore a Mouassin, Said, Lahssan e Hamid ( i miei amici del deserto) e loro si sono presi un pezzo del mio,non ho lasciato alcuna traccia del mio passaggio  se non le  fugaci orme dei miei sandali sulla finissima sabbia delle dune.


Mi hanno dato subito dimostrazione di quella sensibilità e capacità di scrutare l’animo altrui che noi occidentali abbiamo purtroppo quasi del tutto smarrito:il primo giorno di cammino ho avuto una glicemia molto elevata a causa di molti fattori (una temperatura di 42 gradi, un’alimentazione molto diversa da quella abituale, un po’ di eccitazione e stress emotivo legato alla novità assoluta dell’ambiente),ebbene la sera Mouassin mi ha subito detto che non avevo avuto una bella giornata e che il giorno successivo mi avrebbero concesso un ritmo di cammino più tranquillo ed una tappa più breve.


Un altro episodio che mi ha commosso è stato quando Hamid mi ha riportato in tenda tutti gli involucri delle striscette reattive per la misurazione della glicemia che avevo gettato nel sacchetto dell’immondizia (perché già usate) e che lui pensava mi servissero ancora.


Un’ultima prova di attenzione nei miei riguardi me l’ha data Said la terza sera quando mi ha comprato della carne di capra da una nomade berbera dicendomi che la potevo mangiare in quanto priva di zucchero.


 


Deserto come cassa di risonanza acustica di emozioni:come avviene in alta montagna, ogni piccola paura rischia di diventare un panico incontrollabile,ogni minima sensazione positiva  si trasforma in gioia immensa.


Forse è la mancanza totale di confini fisici visibili attorno al tuo corpo che porta la mente  a perdere anche i suoi di confini ed a spaziare dentro e fuori di sé.


La sera volgi lo sguardo al cielo infinitamente stellato e pensi all’infinito, a Dio,a casa, a te stesso, agli amici marocchini, ed al buonissimo “pain de sable” che hai appena mangiato, e sei felice come non sei mai stato e ti chiedi il perché.


Ma certo, è chiaro,non ci avevi mai pensato a casa, troppo e male circondato ed ingolfato di cose e parole inutili, sei contento perchè sei vivo,perché anche oggi ti sei svegliato, hai mangiato con parole amiche,hai camminato senza orologi né fretta, hai cantato e ballato, hai guardato per lunghi minuti uno scarabeo camminare sulla sabbia, hai mangiato un’arancia mordendola per sbucciarla dopo 3 ore di marcia sotto il sole e mai ti era sembrata così gustosa e dissetante, ti sei lavato dopo 3 giorni di sudore con l’acqua di un secchio appena sollevato dal pozzo spuntato all’improvviso dal nulla nel nulla, ed è la prima acqua-acqua che vedi ,che ti bagna ,ti rinfresca,è benedetta!


 


 



 


Deserto amplificatore di spazio e tempo: quello che da una apparente grande lontananza mi era sembrato un enorme castello dopo pochi minuti di cammino ecco rivelarsi come una modesta casa  per riparare i berberi nomadi nel loro vagare  nel deserto.


Quattro giorni trascorsi dentro il deserto mi sono sembrati un’eternità,non saprei dire se un mese o due, ho perso il valore dell’unità del tempo.


 


Curiosità del deserto: all’ombra delle tamerici dove ci fermavamo nelle ore centrali e più calde  della giornata per riposare eravamo letteralmente assaliti da fastidiosissime piccole mosche,tanto da costringerci  a coprirci completamente il viso per poter riposare indisturbati.


I dromedari quando camminano avanzano prima le 2 zampe di sinistra e poi le 2 di destra e questo conferisce alla loro camminata un fastidiosissimo ondulare che quando sei in groppa ti fa pentire di esservi salito.


Quando rumina sembra un rubinetto ingorgato che gorgoglia.


 


Parole chiave della mia esperienza marocchina: lentezza, condivisione,armonia,calma, serenità, amicizia, il n’y a pas de problemes, tranquille.


I marocchini esprimono la loro condivisione anche mangiando perché attingono il cibo con le mani, tutti dallo stesso piatto posto per terra in mezzo a loro.


Il loro sash (copricapo ricavato avvolgendo attorno alla testa un lungo telo colorato) ha diversi utilizzi: serve a ripararsi dal sole,dalla sabbia durante le tempeste e dalle mosche, viene usato come asciugamano e cuscino.


Pure le coperte in lana servono oltre che a coprirsi nelle fredde notti, anche come materasso,come sottosella per i dromedari,come tovaglia e come riparo dal freddo e dagli insetti per il pane appena cotto.


Questo multiutilizzo di uno stesso oggetto mi fa riflettere per contrapposizione sull’assurda moltiplicazione di bisogni indotti e quindi di oggetti inutili che abbiamo visto avvenire nella nostra cosiddetta civiltà con tutte le ricadute negative che ciò ha avuto su noi uomini e sull’ambiente in cui viviamo.


Un altro insegnamento che ho ricevuto nel  corso di questo viaggio è che non esiste “il deserto” così come non esiste “il marocchino” e non esiste “il diabetico”: spogliamoci quindi dalle troppe categorie mentali cui facciamo spesso ricorso, tanto comode quanto ingiuste.


Ho infatti visto tanti diversi ambienti desertici(sassosi,sabbiosi,piatti,ondulati,con o senza vegetazione),ho conosciuto marocchini dalla pelle scura  e dalla pelle chiara come la nostra,dai lineamenti europei ed altri invece tipicamente africani.


Così come ci sono diabetici che accettano serenamente la propria patologia e quelli che la rifiutano,quelli che ne fanno una ragione di vita e quelli che semplicemente ne fanno una normale compagna di viaggio,quelli che ne hanno vergogna e quelli che la ostentano.


 


Sapori del deserto:verbena,chimo zenzero,couscous, pain de sable, brochettes (spiedini di carne di montone o manzo) the bollente alla menta,verdure bollite.


 


Qualche breve considerazione sul diabete


Spero con questa mia nuova esperienza di aver contribuito a togliere un ulteriore piccolo ostacolo nella via della libertà della persona con diabete: non siamo affatto frigo-dipendenti come forse ancora molti pensano, l’insulina mantiene la sua efficacia farmacologica anche dopo giorni al sole nel deserto.


Dopo le precedenti esperienze in alta quota ed in grotta, nei ghiacciai della Groenlandia e nella savana africana, nel mare delle isole Eolie ed in aria nel cestello di una mongolfiera o appeso ad un parapendio, posso veramente dire che gli unici limiti per un diabetico privo di complicanze sono quelli della propria mente.
Quello che può apparire come un limite, in me si è meravigliosamente trasformato in opportunità e stimolo.


Ciò che conta è preparare sempre fisicamente e mentalmente le proprie avventure, informare chi ci sta vicino del proprio diabete e di come eventualmente intervenire in caso di bisogno, non pretendere di strafare ed ascoltare i segnali del proprio corpo e della propria mente.


Se tutto ciò non dovesse bastare ci sarà sempre il buon Dio a metterci lo zampino.


 



 


Il viaggio, la vita, la malattia e la morte


Mi sono spesso domandato cosa mi spinge sulla cime delle montagne,nei deserti,nei luoghi più sperduti della terra, ed una risposta univoca e chiara non l’ho mai trovata.


Ora nel deserto credo di averlo in parte compreso:luogo di non vita per antonomasia esso ti fa amare e capire la vita più di qualsiasi altro luogo.Là capisci che il tempo non è questione di durata ma di profondità, capisci che siamo sempre sospesi tra due tempi, quello del corpo e quello dello spirito (che nel deserto tendono quasi a coincidere).


Ho capito il vero significato della parola pazienza,devo essere non solo un paziente diabetico,ma anche un marito paziente,un padre paziente,un viaggiatore paziente, un cittadino paziente.


Paziente è chi aspetta senza curarsi del tempo che passa, chi ha forza, resistenza e speranza nell’affrontare tutta la propria esistenza.


Nell’ascoltare la musica dei miei amici berberi mi è venuta in mente una bella frase di Berger:”Quando il tempo è ritmo,come lo rende la musica,l’eternità è nelle sue pause”.


Ebbene penso di fare tutto ciò che faccio per l’assoluta certezza che una vita vissuta al massimo rende più facile morire, che la brevità della nostra esistenza non debba paralizzarci ma spronarci a vivere in modo fluido ed intenso.


Il compito della morte è quello di costringerci all’essenzialità.


L’aver talvolta sfiorato la morte mi ha fatto ancor più amare la vita  e penso che si muore felici se non si hanno rimpianti, se cioè si sono realizzati tutti i propri sogni terrestri.